03.07.2026
Studio su un serbatoio diesel di 30 anni in acciaio zincato

Un team internazionale coordinato dal Bundesanstalt für Materialforschung und -prüfung di Berlino ha analizzato in dettaglio un serbatoio diesel rimasto in servizio per oltre trent’anni, guasto a causa dell’ostruzione dell’indicatore di livello del carburante. Lo studio, pubblicato sulla rivista npj Materials Degradation, ricostruisce come una biopellicola dominata da un singolo fungo abbia progressivamente danneggiato la zincatura protettiva delle lamiere in acciaio al carbonio che compongono il serbatoio, aprendo una finestra su un fenomeno di corrosione microbiologicamente indotta che si prevede più frequente con la diffusione crescente del biodiesel.

Il serbatoio è stato sezionato in cinque comparti distinti, con un’attenzione particolare al vano dove si trova l’indicatore di livello, quello che aveva causato il guasto iniziale. Il gasolio contenuto, una miscela B7, non presentava segni di degradazione chimica rispetto a un campione fresco di riferimento, né era visibile una fase acquosa libera: il contenuto d’acqua misurato si aggirava attorno a 53-64 parti per milione, un valore piuttosto basso se confrontato con i dati di letteratura sul biodiesel, probabilmente per effetto della lunga conservazione del mezzo a 4°C prima dello smontaggio.

L’analisi molecolare della comunità microbica, condotta tramite sequenziamento di ampliconi e successivamente confermata da un’analisi metagenomica completa, ha rivelato la netta predominanza del fungo Amorphotheca resinae, noto in letteratura come fungo del cherosene o del diesel per la sua capacità di colonizzare sistemi ricchi di idrocarburi: circa l’80% delle sequenze fungine rilevate apparteneva a questa specie, che formava biopellicole spesse e disomogenee sul fondo e sulle pareti del serbatoio. Accanto ai funghi sono stati identificati anche diversi taxa batterici, tra cui generi associati a condizioni di salinità e capacità di degradare composti organici, ma la scarsità di acqua libera nel sistema ha probabilmente limitato la loro proliferazione rispetto a quella fungina, più tollerante alla carenza idrica grazie al trasporto interno di nutrienti attraverso le ife.

Il dato più rilevante dal punto di vista dei materiali riguarda la localizzazione della corrosione: le analisi di interferometria e le sezioni metallografiche hanno mostrato che, nei punti coperti dalle biopellicole, la corrosione localizzata arrivava a intaccare fino a un terzo dello spessore della lamiera, con picchi di profondità che in un caso hanno prodotto un foro passante attraverso il metallo, verificatosi in un punto dove una lamiera piegata permetteva la colonizzazione fungina da entrambi i lati. Nelle zone del serbatoio prive di biopellicola visibile, al contrario, la corrosione risultava molto più superficiale, con profondità generalmente inferiori a 15 micrometri.

La spiegazione proposta dai ricercatori riguarda il rivestimento di zinco applicato alla lamiera tramite zincatura, un trattamento protettivo diffuso da oltre due secoli che agisce come barriera fisica e come anodo sacrificale. Le mappature chimiche ottenute tramite microscopia elettronica a scansione e spettroscopia a raggi X hanno mostrato che lo strato di zinco, spesso circa dieci micrometri, era ancora intatto e continuo nelle aree libere da biofilm, anche dopo trent’anni di utilizzo, mentre risultava completamente assente nei punti coperti dalle colonie fungine. Poiché il biodiesel puro riesce a intaccare lo zinco solo a concentrazioni di miscelazione elevate, ben superiori al B7 presente nel serbatoio analizzato, i ricercatori attribuiscono la rimozione del rivestimento all’attività della biopellicola piuttosto che a un’azione chimica diretta del carburante, ipotizzando un ruolo della comunità microbica nella dissoluzione dello strato protettivo che a sua volta avrebbe esposto l’acciaio sottostante alla corrosione.