04.04.2026
Sistemi antincendio su una petroliera

Un incendio su una petroliera obbliga la prevenzione dell’innesco, controllo dell’atmosfera nei volumi di carico, disponibilità continua di acqua, impiego corretto della schiuma, saturazione con gas estinguente nei locali chiusi, procedure operative costruite attorno al tipo di combustibile trasportato. Su una nave cisterna il carico coincide con il rischio principale, per questo l’impianto antincendio è parte integrante della nave, della sua conduzione e delle sue logiche di esercizio.

La prima difesa agisce prima ancora che compaia la fiamma: il sistema a gas inerte. Nelle cisterne di carico il problema centrale è la presenza di vapori di idrocarburi in miscela con l’aria, condizione che può trasformare un volume apparentemente fermo in un ambiente suscettibile di incendio o esplosione. Per questo i sistemi di inertizzazione mantengono l’atmosfera interna con un tenore di ossigeno controllato, storicamente non superiore all’8% nel volume del serbatoio, mentre il gas immesso nella linea di alimentazione deve rispettare limiti ancora più severi; le prescrizioni IMO richiedono, infatti, gas inerte con contenuto di ossigeno non superiore al 5% nel tratto di mandata verso le cisterne, con monitoraggio continuo di pressione e ossigeno, dispositivi di non ritorno, sigilli idraulici, allarmi visivi e acustici, venting automatico verso atmosfera quando la qualità del gas esce dai limiti fissati. La logica è chiara: togliere al fuoco una delle condizioni essenziali della combustione, prima che si formi un incendio sviluppato.

Quando l’incendio si sviluppa, l’acqua resta fondamentale ma cambia funzione. Sulle petroliere la rete idrica antincendio percorre l’unità con idranti, manichette e pompe indipendenti; la disponibilità del mezzo estinguente è di fatto continua, perché il prelievo avviene dal mare. Ciò, però, non autorizza un impiego indiscriminato del getto diretto sugli idrocarburi in fiamme: il getto pieno può spingere e disperdere il combustibile liquido, ampliare la superficie coinvolta e peggiorare la dinamica dell’incendio. L’acqua viene quindi impiegata soprattutto in forma nebulizzata, come schermo protettivo, come cortina d’acqua, come strumento di raffreddamento delle strutture e di protezione delle aree esposte.

Sulla superficie del combustibile entra in gioco la schiuma, in particolare la schiuma a bassa espansione distribuita attraverso un sistema fisso di miscelazione, tubazioni, valvole e monitor in coperta. Qui il criterio tecnico non riguarda soltanto la presenza del concentrato schiumogeno, riguarda la sua corretta proporzione in acqua, la velocità di distribuzione, la continuità di alimentazione, la capacità di raggiungere l’area interessata e di formare uno strato stabile sopra il liquido in fiamme. Il Fire Safety Systems Code dell’IMO richiede che i sistemi fissi a bassa espansione siano in grado di scaricare, entro cinque minuti, una quantità di schiuma sufficiente a coprire con uno spessore di 150 millimetri la più grande area singola sulla quale il combustibile può spandersi; lo stesso impianto deve assicurare una distribuzione efficace mediante rete permanente, valvole di controllo, punti di scarico adeguati, monitor e applicatori in grado di raggiungere anche zone schermate, con possibilità di isolare sezioni danneggiate della linea schiuma.

Nei locali chiusi la strategia cambia ancora: sale macchine, locali caldaie, locale pompe e altri compartimenti confinati richiedono un agente capace di saturare il volume, ridurre rapidamente la concentrazione di ossigeno e intervenire dove schiuma e acqua non avrebbero la stessa efficacia. In questi spazi la soluzione tipica resta il sistema fisso a CO2, attivato solo dopo procedure di allarme ed evacuazione, con comandi dedicati e separati per l’apertura della linea e per la scarica del gas. Anche qui la protezione nasce dall’integrazione tra impianto e procedura: il gas estinguente funziona perché il compartimento è chiuso, il personale è stato allontanato, il rilascio è controllato e il locale è stato progettato come volume da saturare.

Il quadro cambia ancora sulle navi che trasportano GNL o GPL: in questo caso la criticità principale non è un liquido che brucia in pozza, è un gas liquefatto che può generare una perdita, evaporare rapidamente, formare una nube infiammabile e alimentare una fiamma che l’acqua non spegne. La polvere chimica secca è l’agente estinguente di riferimento su queste unità; l’IMO, attraverso le linee guida riviste approvate nel 2022, conferma il ruolo dei sistemi fissi a polvere chimica per la protezione delle navi che trasportano gas liquefatti alla rinfusa. La polvere interrompe la reazione di combustione, ma non raffredda le superfici, non elimina la sorgente di perdita e non sostituisce la necessità di isolamento del rilascio. Per questo, negli scenari più critici, la gestione dell’evento ruota attorno a rilevazione gas, arresto d’emergenza, contenimento della perdita, controllo dell’area, valutazione della nube e coordinamento con l’impianto a terra quando la nave è in terminale.

Un incendio su una petroliera, quindi, si controlla con gas inerte nelle cisterne di carico, si raffredda e si protegge con la rete idrica, si soffoca sulla superficie del combustibile con la schiuma, si satura con CO2 nei compartimenti chiusi, si affronta con polveri chimiche secche e logiche di isolamento della perdita quando il rischio riguarda gas liquefatti.