All’estremità meridionale del grande cimitero di Orléans si trova un edificio che molti scambiano per una sede aziendale e che custodisce invece il più grande serbatoio di acqua potabile dell’intera area metropolitana, una struttura che ha appena concluso un cantiere durato quattordici mesi, dedicato alla modernizzazione e soprattutto all’impermeabilizzazione delle vasche. L’intervento si è svolto senza che la popolazione se ne accorgesse, perché il servizio idrico è stato mantenuto per tutta la durata dei lavori, una condizione che ha richiesto una pianificazione attenta vista la posizione strategica dell’opera nella rete.
Il serbatoio ha una capacità di 21.000 metri cubi e alimenta tutta la rete idrica di Orléans insieme alla porzione meridionale dell’area metropolitana. L’edificio risale agli anni compresi tra il 1946 e il 1952 ed è considerato un esempio notevole di architettura contemporanea del Novecento. Nel suo cuore si trova il più grande bacino di accumulo della città, che assicura l’approvvigionamento a tutti i residenti anche in caso di interruzione della corrente elettrica, grazie alla riserva immagazzinata e alla collocazione su una piattaforma rialzata.
Il serbatoio si presenta come una struttura sopraelevata, visibile dalla strada, articolata in tre vasche distinte: tre grandi volumi rettangolari tra i quali sono ricavati i punti di accesso che hanno permesso alle squadre di entrare e operare. Considerando questo bacino insieme ai serbatoi dell’impianto del Val, a Saint-Cyr-en-Val, la capacità complessiva di stoccaggio dell’area raggiunge i 71.000 metri cubi. A fronte di un consumo giornaliero che oscilla tra i 20.000 e i 25.000 metri cubi a seconda della stagione, questa riserva garantisce un’autonomia di circa tre giorni in caso di guasto, un margine che protegge il territorio dagli imprevisti più seri.
La necessità dell’intervento è emersa da una valutazione diagnostica condotta nel 2021, che ha messo in evidenza il degrado delle superfici interne. Il cantiere è stato avviato nella primavera del 2024 e si è concluso nell’estate successiva. L’obiettivo tecnico del cantiere era riportare le vasche a una tenuta stagna completa: la perdita d’acqua rappresenta solo una parte del problema, perché le infiltrazioni e le fessurazioni intaccano il calcestruzzo e generano danni gravi quando subentra il gelo, che agisce sull’acqua penetrata nelle microfratture e ne provoca l’espansione. Per ottenere la tenuta è stato necessario procedere per fasi: la prima è consistita nella rimozione del vecchio rivestimento mediante una lancia ad alta pressione, in alcuni punti ad altissima pressione, seguita da prove di estrazione per verificare la solidità del supporto residuo.
In due delle tre vasche il substrato esistente si è rivelato adeguato a ricevere il nuovo trattamento: Iil rivestimento applicato è composto da quattro strati di resina entro i quali viene inserito un tessuto in fibra di vetro che conferisce rigidità all’insieme. Nella terza vasca le condizioni del supporto hanno imposto un rinforzo dell’adesione, ottenuto chiodando il substrato a intervalli di cinquanta centimetri per ancorarlo saldamente. Tutti i materiali impiegati sono omologati per il contatto con l’acqua potabile, requisito imprescindibile trattandosi di una risorsa destinata al consumo umano.
La manutenzione di queste superfici prosegue con un controllo annuale, perché le vasche vengono svuotate e pulite ogni anno e l’occasione consente di verificare che la resina mantenga una perfetta adesione alle pareti: la formazione di bolle rappresenta il rischio principale da scongiurare, poiché favorisce il ristagno dell’acqua e la proliferazione batterica, due fenomeni incompatibili con la qualità richiesta a un serbatoio di acqua potabile. A completamento dell’opera, i 210 pilastri che reggono il soffitto, settanta all’interno di ciascuna vasca, sono stati sverniciati e poi trattati nuovamente con resina e malta, così da proteggere anche gli elementi strutturali che sostengono l’intera copertura.