20.02.2026
Dove entrano in gioco i serbatoi nelle bonifiche di falda da solventi clorurati

La Regione Campania ha approvato un progetto importante per Solofra che prevede la realizzazione di due pozzi con lo scopo di contrastare l’inquinamento da tetracloetilene (PCE), una sostanza chimica tossica, usata in passato nell’industria e presente nelle falde acquifere del territorio. l’intervento serve per il potenziamento del servizio idrico locale, con l’obiettivo di migliorare la qualità dell’acqua e ridurre i rischi legati alla contaminazione.

In un’area dove la falda presenta PCE, un pozzo può essere almeno tre cose diverse dal punto di vista ingegneristico, a partire da pozzo di approvvigionamento alternativo, posizionato in un settore idrogeologicamente più pulito, magari più a monte o su un acquifero differente, per ridurre la dipendenza da captazioni compromesse. In questo scenario l’obiettivo è garantire continuità del servizio idropotabile senza inseguire la contaminazione. Ancora, può essere un pozzo di emungimento per messa in sicurezza, cioè un punto di pompaggio progettato non intercettare la contaminazione e controllare il plume ed è parte di un sistema di contenimento o bonifica. Può, infine, essere un pozzo ibrido, dove si emunge acqua che può diventare utilizzabile solo dopo un trattamento e un monitoraggio stringente. È una logica che, storicamente, ricorre spesso quando i pozzi esistono già, i fabbisogni idrici sono reali e i tempi della bonifica sono lunghi.

La complessità è che il PCE è un contaminante persistente e spesso capriccioso nei sistemi acquiferi, cioè si muove con il flusso di falda, può rilasciarsi nel tempo da suoli contaminati e può dare fenomeni di rebound (risalita delle concentrazioni dopo una fase di apparente miglioramento), rendendo poco realistico aspettarsi risultati rapidi senza una strategia integrata e controlli prolungati.

Quando si parla di falda contaminata, due riferimenti normativi sono determinanti e spesso confusi tra loro: da un lato ci sono le soglie per definire la contaminazione delle acque sotterranee ai fini della bonifica, ovvero, nel caso del PCE, in letteratura tecnica e nella prassi italiana si richiama spesso la concentrazione soglia di contaminazione”che, per le acque sotterranee, è dell’ordine dei microgrammi per litro e impone percorsi di caratterizzazione e risanamento quando superata. Dall’altro lato c’è la qualità dell’acqua destinata al consumo umano, per il qual caso, per tetracloroetilene e tricloroetilene, il riferimento aggiornato prevede un valore di parametro pari a 10 µg/L come somma delle concentrazioni dei due composti. Un’acqua può essere trattabile o utilizzabile in certe condizioni impiantistiche, ma per diventare potabile deve rispettare requisiti sanitari e controlli continuativi e il PCE, essendo volatile, richiede tecnologie adeguate anche per gestire vapori e off-gas.

Nel caso Solofra-Montoro, l’emergenza sia emersa chiaramente nel 2014 con la chiusura/divieti su pozzi e reti e con la presenza di pozzi dotati di impianti a carboni attivi, in cui l’obiettivo è di rendere utilizzabile l’acqua tramite filtrazione, mentre si cercavano alternative di approvvigionamento in aree più alte/montane. Ed è proprio qui che, nella realtà tecnica, entrano in scena componenti impiantistiche di supporto, tra cui proprio i serbatoi, proprio per gestire acqua pompata, trattata, scartata, ricircolata, oltre a materiali di consumo e rifiuti.

In un classico schema pump & treat, l’acqua emunta viene portata in superficie e trattata prima di un eventuale riutilizzo o scarico: è l’architettura descritta nelle linee guida tecniche sulle tecnologie di risanamento, dove si sottolinea che l’estrazione può avvenire con prelievo da pozzi e che l’acqua estratta viene poi sottoposta a trattamento. A livello impiantistico, significa quasi sempre inserire almeno un volume di accumulo o equalizzazione, perché le portate dei pozzi non sono perfettamente stabili, i trattamenti hanno tempi di contatto e le concentrazioni possono oscillare. Infatti, un serbatoio di equalizzazione stabilizza la portata e smorza i picchi di concentrazione: è importante perché molte tecnologie, dai carboni attivi a certi processi chimico-fisici, hanno efficienze che dipendono fortemente dalla costanza della portata e dalla qualità in ingresso.

Un serbatoio tampone consente continuità operativa quando il trattamento si ferma per manutenzione, controlavaggio, sostituzione media filtrante o taratura strumenti.: in effetti, con VOC clorurati, la manutenzione è più frequente di quanto si immagini, soprattutto se a valle ci sono carboni attivi che si saturano. Un serbatoio di acqua trattata consente di gestire in sicurezza il “post-trattamento”, cioè il punto in cui si decide se reimmettere (dove ammesso e con quali condizioni), convogliare a scarico oppure destinare l’acqua a usi compatibili. In Italia, l’idea di reiniezione o reimmissione richiede un inquadramento autorizzativo molto prudente; per questo spesso si preferiscono soluzioni che diano tracciabilità e controllo del destino finale.

Per PCE (e spesso anche TCE), due filiere di trattamento sono ricorrenti: la prima è l’assorbimento su carboni attivi, sopracitato, come strada per rendere l’acqua dei pozzi utilizzabile eliminando la quota di solvente. Dal punto di vista dei serbatoi, questo porta con sé almeno tre aspetti pratici: la necessità di gestione idraulica stabile a monte, la presenza di eventuali volumi per controlavaggi o spurghi (a seconda della configurazione)e, soprattutto, la gestione del fine vita dei carboni, che diventano un rifiuto da caratterizzare e smaltire con tracciabilità, spesso con requisiti logistici stringenti. La seconda filiera è lo stripping ad aria (air stripping), spesso accoppiato a carboni attivi sugli off-gas e serbatoi che, oltre, all’acqua, contengono condensati, acque di lavaggio, eventuali stoccaggi tecnici di reagenti e una progettazione attenta per evitare emissioni diffuse. Con contaminanti volatili, la differenza tra un impianto ben confinato e uno odorigeno o emissivo è fatta da dettagli di piping, tenute, sfiati e sistemi di trattamento aria.

Quando si gestiscono acque con solventi clorurati, la compatibilità chimica e la gestione dei vapori diventano elementi decisivi. In molti casi si preferiscono materiali polimerici compatibili (ad esempio PE o PP in configurazioni idonee) o acciai con rivestimenti specifici, ma la scelta dipende dalla concentrazione reale, dalla temperatura, dalla presenza di altri contaminanti, dal tipo di trattamento e dalla necessità di installazione in esterno o in locale tecnico.

Va poi considerata la gestione degli sfiati: se si tratta di acqua contaminata, la volatilità del PCE fa sì che in certe condizioni un serbatoio non adeguatamente chiuso o ventilato verso trattamento possa diventare una sorgente di emissione indoor o outdoor: è per questo che, spesso, si progettano sfiati convogliati, filtri a carbone sugli sfiati, o soluzioni di contenimento in depressione, a seconda delle portate e della sensibilità del contesto. Infine c’è il tema della sicurezza ambientale: bacini di contenimento, doppia parete, sistemi di rilevazione perdite, gestione delle acque meteoriche se i serbatoi sono all’esterno.

Un pozzo, da solo, è una captazione, mentre un sistema con pozzo più trattamento più serbatoi diventa un impianto. E un impianto introduce pratiche e adempimenti.