La carenza di diesel che sta interessando il mercato internazionale potrebbe protrarsi fino al 2027, con le condizioni più tese concentrate almeno fino al primo trimestre del prossimo anno. Le interruzioni delle forniture provocate dai conflitti in Iran e Ucraina hanno sottratto al mercato milioni di barili al giorno provenienti dal Medio Oriente e dalla Russia, riducendo le scorte a livelli storicamente bassi e portando i prezzi su valori record. La situazione interessa direttamente agricoltura, industria manifatturiera e trasporto pesante, settori nei quali il gasolio rimane un carburante essenziale e nei quali l’aumento dei costi energetici si trasferisce rapidamente sulle spese operative.
Uno dei segnali più evidenti della scarsità arriva dal mercato dello stoccaggio: raffinatori e trader nordamericani stanno rinunciando a rinnovare parte dei contratti per i serbatoi destinati al diesel perché non dispongono di prodotto sufficiente da immagazzinare. Secondo dati recenti, la capacità di stoccaggio disponibile per il leasing in Nord America e nelle isole dei Caraibi, uno dei principali nodi commerciali per i prodotti petroliferi, è salita per ottobre a circa 13 milioni di barili, il livello più alto degli ultimi quattro anni, rispetto agli 11 milioni di barili disponibili a giugno. Normalmente i contratti per questi serbatoi hanno una durata compresa tra sei mesi e un anno: la scelta di non rinnovarli indica quindi che gli operatori non si aspettano un rapido ritorno di volumi sufficienti a riempire gli impianti.
Parallelamente, le quantità effettivamente conservate negli Stati Uniti continuano a diminuire: all’11 settembre le scorte statunitensi di diesel erano pari a 107,9 milioni di barili, il valore più basso registrato in questo periodo dell’anno dall’inizio della serie storica della Energy Information Administration nel 1982. La stessa EIA prevede che nel corso di settembre le scorte di distillati, categoria nella quale rientra il diesel, possano scendere sotto i 100 milioni di barili e rimanere inferiori al minimo degli ultimi cinque anni fino alla fine del 2026 e per gran parte del 2027. La contemporanea diminuzione delle giacenze e crescita della capacità di stoccaggio inutilizzata rappresenta quindi un indicatore della scarsità fisica di prodotto, più che della mancanza di infrastrutture per conservarlo. Negli Stati Uniti la tensione sulle forniture ha già portato nel corso di settembre il prezzo medio al dettaglio del diesel sopra i 6 dollari al gallone per la prima volta, aumentando i costi soprattutto per agricoltori e autotrasportatori.
La scarsità, però, non riguarda soltanto gli Stati Uniti: nell’hub europeo Amsterdam-Rotterdam-Anversa, uno dei principali centri mondiali di raffinazione, commercio e stoccaggio dei prodotti petroliferi, a luglio le giacenze di diesel risultavano inferiori del 16% rispetto alla media degli ultimi cinque anni. A Singapore le scorte complessive di distillati si sono invece mantenute nelle ultime settimane intorno a 8,2 milioni di barili: un livello vicino a quello registrato prima della guerra in Iran, ma sensibilmente inferiore alla media di 9,6 milioni di barili del 2025. Anche diversi mercati emergenti asiatici hanno risentito in misura significativa della riduzione delle disponibilità, secondo Andrea Pescatori, vice capo della divisione Asia-Pacifico del Fondo Monetario Internazionale. Le forniture globali dovrebbero quindi rimanere particolarmente limitate durante l’inverno, soprattutto nel caso di nuove interruzioni delle esportazioni dal Medio Oriente o del mantenimento delle restrizioni russe (Mosca dovrebbe infatti prolungare fino alla fine di ottobre le limitazioni alle esportazioni di diesel).
Un elemento in grado di attenuare almeno parzialmente la scarsità è rappresentato dagli eccezionali margini ottenuti dalle raffinerie sulla produzione di diesel, che stanno creando un forte incentivo ad aumentare l’offerta. Il 14 settembre il crack spread statunitense del diesel, cioè la differenza tra il valore dei futures sul diesel a bassissimo contenuto di zolfo e quello dei futures sul greggio statunitense, ha raggiunto il record di 118,62 dollari al barile: margini di questa entità favoriscono un incremento della produzione e potrebbero limitare ulteriori aumenti dei prezzi, purché le raffinerie dispongano della capacità necessaria e non si verifichino nuove interruzioni operative. Un secondo contributo potrebbe arrivare dalla Cina, che negli ultimi mesi ha progressivamente aumentato le proprie esportazioni di prodotti petroliferi. Il miglioramento dell’offerta resta tuttavia condizionato dall’evoluzione dei conflitti: nuove escalation in Iran o nella guerra tra Russia e Ucraina, così come l’arresto improvviso di una grande raffineria, potrebbero sottrarre rapidamente altri volumi al mercato e provocare nuove impennate delle quotazioni. Con scorte statunitensi destinate secondo l’EIA a rimanere depresse anche nel 2027, giacenze europee inferiori alla media e limitata disponibilità anche in Asia, il riequilibrio del mercato dipenderà soprattutto dalla capacità della raffinazione globale e dall’aumento delle esportazioni di compensare le forniture oggi assenti.