06.02.2026
Réservoir de Montsouris, la grande cattedrale d’acqua nascosta sotto Parigi

C’è una Parigi che tutti conoscono, fatta di boulevard, caffè, tetti in ardesia e monumenti che sembrano progettati apposta per finire in fotografia. E poi ce n’è un’altra, più discreta ma sorprendente, che vive sotto il livello della strada: un mondo di gallerie, reti tecniche e infrastrutture essenziali che rendono possibile la città così come la vediamo. In questo secondo universo sotterraneo, il Réservoir de Montsouris occupa un posto speciale: non solo per la sua funzione strategica nel sistema idrico, ma anche per l’atmosfera quasi irreale che lo circonda, tanto da essere spesso descritto come una vera cattedrale dell’acqua.

Il serbatoio si trova a ridosso del Parc Montsouris, nel settore sud di Parigi, e nasce dentro la grande stagione delle trasformazioni urbane ottocentesche: è un’opera legata al progetto di portare in città acqua di sorgente in modo stabile e sicuro, riducendo la dipendenza da fonti più esposte alle contaminazioni e alle variazioni di qualità. A guidare quella visione fu l’ingegnere Eugène Belgrand, figura centrale nella modernizzazione delle reti idriche parigine, durante gli anni in cui la capitale veniva ripensata e ricostruita su impulso del Georges-Eugène Haussmann.

I lavori del serbatoio iniziarono nel 1869 e, come spesso accade alle grandi infrastrutture quando la storia accelera, furono rallentati dagli eventi: i disordini della Comune e la guerra franco-prussiana contribuirono a far slittare la conclusione, che arrivò nel 1874. In origine era conosciuto anche con altri nomi, come réservoir de la Vanne o de Montrouge e per lungo tempo è stato considerato la più grande riserva d’acqua potabile della capitale, se non addirittura del mondo.

Quello che colpisce, quando si prova a immaginare Montsouris, è la scala, in quanto è un complesso monumentale: una superficie di circa 60.000 metri quadrati e una capacità di stoccaggio di oltre 200.000 metri cubi fin dall’origine, organizzata su due livelli sovrapposti. La struttura è composta da quattro grandi compartimenti, ciascuno lungo circa 254 metri e largo 127, sostenuti da una moltitudine di arcate e volte. Sui due livelli si contano in totale circa 1.800 pilastri, una foresta di sostegni che disegna corridoi simmetrici e prospettive lunghissime, dove la luce e i riflessi trasformano l’acqua in una superficie quasi luminosa. È un’architettura pratica, ma con un impatto estetico che somiglia a quello di una navata gotica, solo che al posto delle vetrate e dei fedeli ci sono murature, condotte e un silenzio che sa di sottosuolo.

La parte visibile del complesso (e quella che tradisce l’esistenza del serbatoio a chi passeggia in superficie) è il lanternon: una sorta di elemento emergente che domina l’area, in cui convergono le acque in arrivo. E qui si comprende che Montsouris è un nodo di un sistema molto più vasto, fatto di acquedotti che portano a Parigi acqua captata lontano, lasciandola scorrere per gravità, protetta dall’aria e quindi capace di conservare la temperatura originaria della sorgente.

Oggi il serbatoio è alimentato dalle acque sotterranee condotte dagli acquedotti del aqueduc du Loing, del aqueduc du Lunain e della aqueduc de la Voulzie; storicamente, invece, un ruolo cruciale lo ebbe l’aqueduc de la Vanne, che trasportava l’acqua per oltre 150 km. La stratificazione di fonti. poi, è raccontata persino in un dettaglio decorativo: il soffitto del lanternon, realizzato da manifatture ceramiche parigine, riporta lo stemma della città e i nomi delle sorgenti che in tempi diversi hanno alimentato Montsouris.

Dal lanternon l’acqua arriva in grandi vasche e si riversa attraverso condotte verticali chiamate tulipes, che la guidano poi verso i compartimenti del serbatoio. E subito dopo si entra nella parte più evocativa: la camera delle valvole, il cuore di comando che regola l’ingresso e la distribuzione.

A rendere ancora più affascinante Montsouris è la memoria di come, in passato, si controllava la qualità dell’acqua: all’ingresso del percorso sotterraneo, la comunicazione ufficiale della città ricorda la presenza di antichi acquari incastonati in una parete a finta roccia e che contenevano trote, animali sensibilissimi agli inquinanti, utilizzati come indicatori biologici. Se la trota mostrava segni di sofferenza, l’acqua veniva considerata sospetta e deviata verso la rete fognaria: il sistema veniva chiamato truitomètre ed è stato abbandonato nel 1996, sostituito da analisi di laboratorio.

Quando si arriva alle gallerie principali, la cattedrale si manifesta davvero, tra volte, pilastri e l’acqua che riempie i compartimenti e riflette la struttura: tutto contribuisce a dare l’impressione di essere in un luogo fuori scala rispetto all’uso che ne facciamo ogni giorno. L’acqua qui è conservata al riparo dalla luce e dall’aria, con una temperatura indicata attorno ai 12°C e resta in attesa prima di essere inviata verso le zone della città che ne hanno bisogno. È un grande polmone operativo: assorbe le variazioni della domanda e permette al sistema di rispondere ai picchi di consumo senza strappi.

Infatti, il consumo urbano non è costante, in quanto cambia nell’arco della giornata e con le stagioni, soprattutto durante le ondate di calore: la gestione oggi è automatizzata e deve tener conto di quei ritmi, con momenti in cui la domanda cresce e altri in cui si riduce sensibilmente.

Fin qui, tutto suona come l’invito perfetto a scendere sotto Parigi e vedere con i propri occhi questo mare nascosto: c’è però un punto fondamentale da tenere presente, ossia, oggi, Montsouris non è normalmente visitabile dal pubblico. Le comunicazioni della Ville de Paris sono molto nette nel ricordare che, per ragioni di sicurezza legate al livello di allerta, non sono possibili visite aperte. Anche Eau de Paris, nelle informazioni su iniziative culturali e passeggiate legate al patrimonio dell’acqua, specifica che le installazioni tecniche non vengono aperte al pubblico, citando esplicitamente anche il serbatoio di Montsouris tra i siti non accessibili.

In fondo, il fascino del Réservoir de Montsouris sta qui: nel ricordarci che la modernità non è fatta solo di ciò che si vede, ma anche di ciò che funziona dietro le quinte, con una precisione quasi invisibile. La prossima volta che si attraversa il Parc Montsouris, o si passa senza farci caso vicino al suo lanternon, vale la pena fermarsi un secondo e pensare che, sotto i piedi, c’è una cattedrale piena d’acqua, uno dei segreti tecnici più affascinanti di Parigi.