A Pozzuoli, una parte dei depositi archeologici del Rione Terra è ospitata all’interno di due grandi serbatoi interrati realizzati alla fine degli anni Trenta nell’ambito di un più ampio sistema destinato allo stoccaggio dei carburanti. Il complesso comprendeva complessivamente quindici serbatoi cilindrici, costruiti tra la seconda metà degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta e collegati attraverso condotte e cunicoli sotterranei alle infrastrutture portuali della città. L’impianto era stato concepito per assicurare riserve di combustibile alla Regia Marina e alla Regia Aeronautica, sfruttando la collocazione interrata sia per ragioni funzionali sia per garantire una maggiore protezione delle scorte. I due manufatti di via Vecchia delle Vigne, oggi inseriti nel Parco Urbano Attrezzato, erano specificamente destinati allo stoccaggio di kerosene o benzina avio e rappresentano la parte meglio conservata di questo sistema.
I serbatoi fanno parte delle opere attribuite alla progettazione di Pier Luigi Nervi e sono considerati una testimonianza significativa dell’ingegneria italiana della prima metà del Novecento. La configurazione cilindrica permetteva di sfruttare efficacemente il comportamento strutturale della parete perimetrale rispetto alle spinte del terreno, mentre l’interramento riduceva l’impatto esterno dell’impianto e contribuiva alla protezione del combustibile. Nei due serbatoi di via Vecchia delle Vigne la pianta circolare presenta un diametro di circa 21,7 metri e un’altezza interna netta di circa 7,3 metri; il mantello è formato da una parete in calcestruzzo armato dello spessore di circa 35 centimetri, con rivestimento metallico interno destinato originariamente a garantire il contenimento degli idrocarburi; anche il fondo era rivestito con elementi metallici e poggiava direttamente sul terreno.
La copertura era sostenuta internamente da sedici pilastri in carpenteria metallica fondati su plinti isolati e collegati a un solettone piano in calcestruzzo armato dello spessore di circa mezzo metro; il raccordo tra pilastri e copertura avveniva mediante elementi metallici appositamente sagomati, mentre ulteriori puntoni contribuivano a trasferire i carichi verso il mantello perimetrale. Gli accessi originari comprendevano aperture ricavate nella copertura e un passo d’uomo nella parete laterale; la posizione dei serbatoi lungo un terreno in pendenza consentiva inoltre di raggiungere direttamente una porzione del mantello dalla quota esterna. Si tratta quindi di manufatti nati come vere infrastrutture di stoccaggio industriale e militare, non di semplici vani sotterranei successivamente adattati.
Il sistema puteolano comprendeva serbatoi con caratteristiche differenti a seconda della posizione e della destinazione: tredici dei quindici manufatti erano destinati principalmente alla nafta e distribuiti tra l’area di via Campana-via Alfonso Artiaco e quella di via Celle, mentre i due di via Vecchia delle Vigne erano collegati alla funzione aeronautica. Cunicoli e condotte sotterranee mettevano in comunicazione le diverse aree di stoccaggio e le collegavano alla zona portuale, creando una vera rete logistica sotterranea per il trasferimento del carburante. Gran parte delle strutture ha subito nel tempo demolizioni, smantellamenti o trasformazioni legate alle successive bonifiche; i due serbatoi oggi utilizzati come depositi archeologici sono invece arrivati fino all’epoca contemporanea in condizioni molto più integre.
Terminata la funzione originaria, i manufatti hanno richiesto interventi di bonifica dagli idrocarburi rimasti al loro interno e sono stati successivamente recuperati senza cancellarne la configurazione strutturale. La nuova destinazione ha trasformato due infrastrutture nate per custodire carburante in ambienti per la conservazione del patrimonio archeologico proveniente dagli scavi del Rione Terra: al loro interno trovano oggi posto circa 1.300 reperti marmorei e oltre 12.000 casse di reperti mobili. Le ampie superfici interne e la struttura portante dei serbatoi sono state quindi adattate a sistemi di deposito e scaffalature, mantenendo leggibile l’impianto industriale originario e utilizzando il grande volume sotterraneo come spazio di conservazione e studio.
