16.01.2026
Girasoli e biocarburanti: l’UE chiamata a decidere sulle colture intermedie per carburanti sostenibili per l’aviazione

C’è un dettaglio che nelle campagne, spesso, si percepisce prima che nei palazzi, ovvero, quando una filiera nuova inizia a tirare, cambiano i ragionamenti su semine, rotazioni, contratti e investimenti: l’Unione Europea si avvicina a decisioni cruciali sul futuro dei biocarburanti agricoli e, se il quadro normativo si incastra nel modo giusto, per gli agricoltori italiani potrebbe aprirsi un mercato enorme, stimato oltre i 120 miliardi di euro.

L’Europa sta imponendo un percorso di decarbonizzazione per i carburanti usati dagli aerei, puntando sui cosiddetti SAF, i carburanti sostenibili per l’aviazione. Le percentuali richieste sono ambiziose e danno la misura del cambiamento: l’obbligo di includere almeno il 2% di biocarburanti entro il 2030, con un obiettivo che sale fino al 70% entro il 2050. In altre parole, l’aereo, uno dei settori più difficili da elettrificare, diventa un cliente strutturale e crescente per molecole rinnovabili.

Per questo, le colture oleaginose tornano al centro perché hanno una caratteristica semplice e potentissima: i semi contengono molto olio, una base già compatibile con diverse catene di trasformazione industriale. E le colture come il girasole hanno proprio questa dotazione naturale. Non è un caso che, quando si parla di carburanti, la discussione si sposti immediatamente dalla campagna all’impianto: spremitura, stoccaggio, raffinazione, logistica. Qui il girasole entra in gioco come materia prima che può inserirsi in una filiera europea che, almeno in parte, esiste già.

Ad oggi, le colture che dominano la filiera dei biocarburanti sono colza, mais e soia: il girasole viene presentato come scommessa per la sua adattabilità e convenienza, ma soprattutto perché può appoggiarsi a una catena del valore già strutturata, con impianti di frantumazione, stoccaggio e raffinazione operativi in Europa.

La vera chiave, però, non è solo la coltura, ma come inserirla nel sistema agricolo senza danni. Ed è qui che entrano le colture intermedie e la doppia coltura per i biocarburanti: l’idea è seminare oleaginose tra un raccolto principale e l’altro, sfruttando finestre agronomiche che oggi spesso si limitano a una gestione del suolo di mantenimento. Così, invece di sottrarre terra alle produzioni alimentari, si cerca valore aggiunto in un tempo e in uno spazio che già esistono dentro la rotazione. È un cambio di mentalità: non più energia contro cibo, ma energia accanto al cibo, se, naturalmente, le condizioni tecniche e normative lo permettono.

Ancora, c’è un aspetto agronomico che nel dibattito pubblico passa spesso in secondo piano, ma che è molto ben conosciuto dagli agricoltori: le colture di copertura servono, oltre che a riempire il periodo di pausa, a proteggere e rigenerare. Esse aiutano a trattenere carbonio nel terreno, riducono l’erosione e contribuiscono a mantenere umidità e nutrienti, migliorando la salute dei suoli. Se una coltura intermedia, oltre a fare servizio al suolo, può anche generare reddito perché il suo olio trova sbocco nel mercato dei carburanti, l’equazione economica cambia. Quello che fino a ieri veniva spesso interrato con l’aratura, oggi può diventare una voce di ricavo, con un potenziale effetto stabilizzante sui bilanci aziendali.

Ovviamente, come visto, c’è il nodo normativo: si parla della necessità che l’UE definisca in modo chiaro cosa si intenda per coltura intermedia, perché da quella definizione dipende la possibilità per gli agricoltori europei di essere davvero protagonisti: senza un quadro favorevole si rischia di restare esclusi da un mercato strategico e in rapida crescita. È il tipo di frase che, tradotta, significa contratti, incentivi, criteri di sostenibilità, regole su cosa è conteggiabile come sostenibile e cosa no. E, soprattutto, significa certezze: perché nessuno cambia rotazioni e investe su nuove filiere se non vede stabilità.

Poi c’è l’industria energetica, con opportunità che si stanno aprendo con i player del settore per trasformare l’olio ottenuto da queste piante in carburante sostenibile e creare un mercato più stabile per gli agricoltori. Quando entrano grandi operatori, aumentano le chance di filiere contrattualizzate, standardizzate, con volumi e prezzi più leggibili, però c’è la necessità di regole trasparenti eque, per evitare che il valore si sposti tutto a valle lasciando al campo solo il rischio agronomico.

L’obiettivo dichiarato è doppio, quindi, ossia rendere l’agricoltura più redditizia e contribuire alla riduzione delle emissioni nel settore dei trasporti e ciò significa varietà più stabili, resa più prevedibile, minore vulnerabilità a stress idrici o termici. E in un’Italia dove l’incertezza climatica sta diventando una costante, la nuova opportunità non può prescindere dall’innovazione genetica e agronomica.

In Italia, poi, l’interesse per le agroenergie è già alto, anche per l’espansione del biometano e l’avanzata dell’agrivoltaico e i biocarburanti agricoli potrebbero aggiungere un passo in più, spingendo l’agricoltura a essere non solo produttrice di cibo ma anche di energia pulita, attraverso il diversificare i flussi di reddito, ridurre l’esposizione ai soli mercati alimentari e costruire filiere territoriali dove l’energia non è un settore separato dalla campagna, ma una sua evoluzione.