23.01.2026
Il distributore di benzina che “parla” in dialetto viterbese

C’è un momento, mentre fai rifornimento, in cui la routine diventa quasi automatica: tiri fuori la carta, scegli la pompa, guardi il display che scorre istruzioni tutte uguali e intanto ti prepari mentalmente all’ennesima occhiata al prezzo al litro. È un rito quotidiano, spesso sbrigativo, che non lascia spazio a nulla se non alla fretta. E proprio per questo, quando a rompere l’automatismo arriva una voce che ti parla come parlerebbe qualcuno di casa, l’effetto è sorprendente: ti strappa un sorriso, ti costringe a rallentare un secondo, ti fa sentire, per una manciata di istanti, meno cliente e più persona.

È quello che sta facendo il giro del web in questi giorni a Viterbo: un distributore che, tra le opzioni linguistiche, si mette a parlare in dialetto viterbese. L’erogatore accompagna le operazioni con frasi in vernacolo, con quel tono diretto e familiare che appartiene alla parlata locale. E quando parte l’invito che ha fatto ridere mezza provincia (“inserisci le sorde, ha’ capito come?!) non è difficile immaginare la reazione di chi si trova lì davanti: un attimo di sorpresa, poi la risata, poi magari la tentazione di farlo sentire anche a chi è seduto in auto accanto.

Il punto non è soltanto la battuta, ma è la sensazione, rara in contesti sempre più standardizzati, che la tecnologia si sia piegata per un momento alla cultura del posto, invece di chiedere alle persone di adattarsi. In un periodo in cui fare benzina è spesso vissuto come una stangata quotidiana, quell’ironia involontaria diventa quasi un antidoto: non cambia il conto finale, certo, ma cambia il modo in cui lo subisci. Nella notizia ripresa online, il senso è proprio questo: in mezzo ai dolorosi prezzi di benzina e diesel, un dettaglio così banale riesce a rendere il rifornimento più leggero….forse.

Dietro a questa scelta, c’è un’iniziativa legata alle Eni Live Station: da tempo, infatti, alcuni terminali self service non si limitano a proporre italiano e lingue classiche per chi viaggia, ma includono anche un’opzione dialettale: un tasto che, una volta selezionato, fa proseguire le istruzioni vocali nell’idioma locale. L’idea, spiegata negli anni anche a livello nazionale, è quella di rinsaldare il rapporto tra un servizio diffuso ovunque e le comunità in cui opera, riconoscendo ai dialetti dignità di lingua.

Le frasi che un terminale pronuncia sono, per natura, funzionali e ripetitive; sentirle trasformate in cadenze locali fa emergere tutta la distanza tra linguaggio tecnico e linguaggio vissuto: a Viterbo questa distanza si accorcia con un colpo solo, perché il dialetto è un modo diverso di stare al mondo, più diretto, più espressivo e, spesso, più spiritoso. Inoltre, è un dettaglio che fa sorridere i giovani perché è inaspettato e fa sorridere i più grandi perché risuona come qualcosa che appartiene alla vita quotidiana di sempre.

Siamo abituati a vedere la tecnologia come un grande livellatore: le stesse interfacce, gli stessi toni neutri, le stesse parole, gli stessi algoritmi. Qui, invece, a macchina si localizza sia in senso geografico sia culturale. E questa piccola teatralità, in un’operazione banale come il rifornimento, diventa intrattenimento involontario.

C’è anche un altro aspetto, più sottile, che rende questi episodi virali: la nostalgia. Senza retorica, il dialetto per molti italiani è la lingua dell’infanzia, delle nonne, del mercato, delle battute tra amici. Ritrovarlo in un oggetto iper-contemporaneo come un erogatore automatico crea un cortocircuito emotivo. È come se due Italie, quella analogica e quella digitale, si incontrassero in un punto improbabile, facendo pace per un attimo.

Oramai, in un’epoca in cui tutto tende a diventare self, touch, etc., la voce in dialetto inserisce una crepa di umanità dentro un processo totalmente standardizzato.