Quando si parla di economia dell’idrogeno, l’immaginario corre subito alla produzione, tra elettrolizzatori, rinnovabili, impianti industriali, ma nella pratica il vero collo di bottiglia è lo stoccaggio, il trasporto e la consegna continua e sicura.
In un report recente, viene descritta una fase di crescita strutturale per il mercato dei serbatoi di stoccaggio dell’idrogeno e delle soluzioni di trasporto, con una previsione di espansione, tra il 2026 e il 2033, da 2.9 a 6.8 miliardi di dollari, con un CAGR del 13,1%.
L’idrogeno è un vettore energetico che, per le sue caratteristiche fisiche, non perdona improvvisazione: ha bassa densità energetica volumetrica e richiede tecnologie dedicate per essere compresso, liquefatto o legato chimicamente in modo efficiente. Produrlo è solo metà del lavoro, mentre l’altra metà è gestirlo come merce e come energia, con logiche simili a quelle della logistica industriale, ma con vincoli più severi.
L’esigenza di stoccaggio e logistica cresce perché aumenta l’attenzione su usi dove l’elettrificazione diretta è difficile o costosa: alcuni trasporti pesanti, certe applicazioni industriali ad alta temperatura, la chimica e, in prospettiva, rotte marittime o corridoi di import/export. L’International Energy Agency, ad esempio, sottolinea che la domanda globale di idrogeno nel 2024 è salita verso i 100 milioni di tonnellate e che la crescita dei progetti a basse emissioni resta significativa pur tra ostacoli e cancellazioni; contemporaneamente, si moltiplicano i piani su pipeline e infrastrutture, anche se una quota relativamente piccola ha già raggiunto decisioni finali di investimento.
In un contesto come quello suddetto, un serbatoio è un sistema ingegneristico che deve garantire resistenza meccanica, tenuta, compatibilità dei materiali, gestione della temperatura e soprattutto sicurezza operativa. E qui entrano in gioco tre grandi famiglie tecnologiche: serbatoi per idrogeno compresso, serbatoi criogenici per idrogeno liquido e soluzioni emergenti (idruro metallico, stoccaggi chimici, crio-compresso) pensate per casi specifici.
Lo stoccaggio in forma compressa, oggi, è quello più diffuso nelle applicazioni di mobilità e in molte forniture industriali perché bilancia costi, prestazioni e maturità della filiera, ma comprimere idrogeno vuol dire spingere su pressioni elevate e, quindi, su materiali e geometrie che non ammettono compromessi. È il motivo per cui, accanto a serbatoi in acciaio e alluminio ancora comuni in stazionario o a bassa pressione, cresce la domanda di serbatoi in composito con fibra di carbonio, soprattutto dove il peso è un vincolo: veicoli a celle a combustibile, trasporto su strada e applicazioni che puntano a massimizzare autonomia e capacità utile. Più composito significa migliore rapporto resistenza/peso e, quindi, efficienza complessiva più alta nelle applicazioni mobili.
Accanto alla compressione, l’idrogeno liquido (LH₂) sta tornando centrale quando si parla di trasporto bulk, lunghe distanze e corridoi commerciali: il muovere grandi quantità richiede densità volumetrica, per cui la liquefazione è una strada concreta, anche se costosa e complessa. Ma non è la scelta migliore in assoluto: è atta a certi volumi e a certe distanze, a patto di accettare la sofisticazione dei serbatoi criogenici e della catena del freddo; infatti abbiamo la crescita dei serbatoi per LH₂ collegata agli investimenti su corridoi export-import e alla logistica su scala più ampia.
E poi c’è il tema del trasporto fisico vero e proprio, i mezzi e i moduli che portano l’idrogeno dal punto A al punto B e tra le soluzioni “classiche” troviamo tube trailer per idrogeno compresso, container ISO e sistemi dedicati per liquido, fino ai vettori marittimi. Anche in questo caso, non esiste una soluzione unica, poiché cambiano i costi per chilogrammo trasportato, cambiano le distanze economiche, cambiano i vincoli autorizzativi e cambiano le esigenze del cliente finale.
A tale proposito, la digitalizzazione degli asset è prioritaria: sensori, IoT e analitiche predittive per monitorare serbatoi e trasporto in tempo reale, migliorare l’utilizzo dei mezzi e alzare ulteriormente il livello di sicurezza. L’idrogeno, più di altri vettori, vive di tracciabilità, manutenzione, procedure e riduzione del rischio e una logistica dell’idrogeno come rete richiede serbatoi resistenti assieme a sistemi capaci di dare visibilità operativa continua, dal deposito al trailer, dall’ISO container al punto di utilizzo.
Attualmente, la stessa industria dell’idrogeno sta vivendo anche un periodo di selezione, in cui alcuni progetti rallentano, cambiano scala o si fermano perché costi e domanda non sempre corrono allo stesso ritmo: Reuters ha riportato come l’IEA abbia rivisto al ribasso alcune aspettative di produzione low-emission al 2030 in un contesto di cancellazioni e ritardi, segnalando che l’infrastruttura resta un fattore decisivo per trasformare annunci in volumi reali.
Ed è qui che i serbatoi tornano ancora più importanti: scalare significa produrre tanti serbatoi affidabili, certificati, con supply chain robuste (fibra di carbonio, liner, acciai speciali), con processi automatizzati, con standard armonizzati e con modelli economici che rendano sostenibile l’adozione anche per chi non ha budget da progetto-pilota. I costi di capitale elevati dei compositi e del criogenico infatti, sono un freno, insieme a complessità regolatorie e temi di sicurezza: e la risposta a ciò, perciò, passerà da innovazione, standard e formule di finanziamento conseguenti.
