27.03.2026
Credito d’imposta per il gasolio agricolo rispetto a taglio delle accise per le imprese agricole

Il tema del caro-carburanti è tornato al centro del dibattito economico e produttivo dopo l’adozione del decreto-legge 18 marzo 2026, n. 33, varato per contenere gli effetti dell’aumento dei prezzi petroliferi collegati alle tensioni internazionali: la misura più immediata del provvedimento è la riduzione temporanea delle accise su benzina, gasolio per autotrazione e GPL, applicata dal giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e valida per venti giorni. Nel linguaggio mediatico, l’intervento appare come una risposta rapida all’emergenza, ma dal punto di vista delle imprese agricole il problema non si esaurisce nella riduzione generalizzata del prelievo fiscale: ciò che conta davvero è il modo in cui quella riduzione si trasferisce, oppure non si trasferisce, sul costo effettivo del gasolio utilizzato nei campi.

L’agricoltura, infatti, non acquista gasolio alle stesse condizioni fiscali dell’autotrazione ordinaria, perché il Testo unico delle accise prevede da tempo un regime agevolato per gli impieghi agricoli, orticoli, zootecnici, forestali, piscicoli e florovivaistici. La Tabella A allegata al TUA stabilisce, per il gasolio impiegato in questi lavori, un’accisa pari al 22% dell’aliquota normale: il settore parte già da una base fiscale ridotta e, proprio per questo, beneficia solo in misura marginale di un taglio temporaneo dell’aliquota ordinaria. Se il valore ordinario viene abbassato a 472,90 euro per 1.000 litri, il gasolio agricolo si colloca intorno a 104 euro per 1.000 litri, cioè circa 10 centesimi al litro; rispetto alla situazione precedente, il vantaggio reale è nell’ordine di circa 4,4 centesimi al litro.

Da qui nasce la richiesta avanzata da CIA Agricoltori Italiani e rilanciata dal sito di CIA Treviso: non limitarsi a un taglio indistinto delle accise, ma introdurre un credito d’imposta specifico per l’acquisto di gasolio agricolo. Il credito d’imposta, infatti, consentirebbe di intervenire in modo mirato sulla spesa effettivamente sostenuta dall’impresa, legando il beneficio a fatture reali e a consumi documentati, con un impatto finanziario molto più leggibile rispetto a una riduzione indiretta e attenuata dall’esistenza di un’aliquota agevolata già in partenza.

Intanto, nel decreto, per l’autotrasporto viene riconosciuto un contributo straordinario sotto forma di credito d’imposta, mentre per le imprese della pesca è previsto un fondo da 10 milioni di euro per il 2026, destinato a coprire fino al 20% della spesa sostenuta per carburanti acquistati nei mesi di marzo, aprile e maggio 2026; il credito è utilizzabile in compensazione entro il 31 dicembre 2026. Proprio questo passaggio rende l’esclusione dell’agricoltura politicamente e tecnicamente sensibile.

L’agricoltura italiana arriva a questa nuova fiammata dei costi energetici dopo anni in cui la componente energia ha già eroso margini e redditività: secondo i dati Istat richiamati dall’organizzazione, nel periodo 2010-2021 la spesa media annua degli agricoltori per energia motrice si collocava attorno a 3,2 miliardi di euro. Nei tre anni successivi, segnati da crisi geopolitiche e tensioni energetiche, questa voce è salita oltre 6,3 miliardi nel 2022, a 5,5 miliardi nel 2023 e a 4,4 miliardi nel 2024. Nel complesso, rispetto alla media del decennio precedente, il settore ha sopportato tra il 2022 e il 2024 un aggravio superiore ai 6,5 miliardi di euro considerando carburanti, energia elettrica, combustibili per riscaldamento e lubrificanti.

Il decreto sulle accise nasce come misura d’urgenza e proprio per questo ha una durata breve: ma l’agricoltura lavora su cicli produttivi che non coincidono con la logica di un intervento valido venti giorni. Le campagne di semina, i trattamenti, le irrigazioni e le raccolte seguono calendari tecnici che si distribuiscono per mesi e che spesso impongono consumi energetici concentrati in periodi precisi dell’anno. Un beneficio limitato nel tempo, e per di più ridotto nella sua efficacia dall’aliquota agevolata preesistente, rischia di non modificare in modo significativo la pianificazione economica delle aziende.