Per gran parte dell’Ottocento, la città di Madras, che oggi conosciamo come Chennai, ha vissuto sospesa sopra una rete complessa e capillare di bacini d’acqua artificiali, conosciuti localmente con il termine “tank”, che rappresentavano l’infrastruttura idrica primaria di un insediamento urbano in rapida espansione lungo la costa del Coromandel. Si trattava di invasi a cielo aperto, talvolta di origine antichissima e collegati ai grandi complessi templari, talvolta scavati o ampliati dalle amministrazioni locali e dalla Compagnia delle Indie Orientali, che svolgevano contemporaneamente funzioni religiose, irrigue, domestiche e idrogeologiche, raccogliendo le acque monsoniche e restituendole lentamente alla falda durante i lunghi mesi di siccità.
Il contesto geografico aiuta a comprendere perché questa scelta tecnica si sia imposta come la più razionale possibile. Madras sorge su una pianura sabbiosa, attraversata da due piccoli fiumi a regime fortemente stagionale, il Cooum e l’Adyar, entrambi inadatti a fornire acqua potabile in modo continuativo, mentre la falda costiera presenta in molte aree problemi di salinità che la rendono inservibile per il consumo umano. Gli abitanti hanno quindi privilegiato gli insediamenti sui dossi sabbiosi più elevati, lungo quelle direttrici che ancora oggi conservano il nome di High Road, proprio perché in corrispondenza di quei suoli rialzati la falda dolce risultava più accessibile e i pozzi domestici davano acqua bevibile. In assenza di un fiume perenne capace di sostenere un acquedotto a gravità, l’intero sistema urbano dipendeva dalla capacità di trattenere localmente le piogge del monsone di nord-est, concentrate in poche settimane fra ottobre e dicembre, e di farle durare per il resto dell’anno.
Il pezzo più imponente di questo dispositivo idraulico era il cosiddetto Long Tank, un grande lago naturale che delimitava la frontiera occidentale della città e si estendeva per circa otto chilometri da nord a sud, con una larghezza media di circa un miglio. Era composto da due bacini comunicanti, il Mylapore Tank a sud e il Nungambakkam Tank a nord, ed è interessante notare che il suo perimetro coincideva sostanzialmente con il confine amministrativo di Madras fino al 1921, segno della funzione strutturale che questo specchio d’acqua svolgeva nella geografia urbana. La sua scomparsa è avvenuta in tempi tutto sommato recenti, con la bonifica della parte meridionale negli anni Venti del Novecento per dare spazio al sobborgo pianificato di Theagaraya Nagar, oggi noto come T. Nagar, e con l’interramento del bacino settentrionale nel 1971, sulle cui terre di riporto sorge oggi il memoriale Valluvar Kottam.
Accanto a questo grande invaso operava la fitta rete dei temple tanks, i serbatoi templari, ossia bacini quadrangolari rivestiti in pietra e dotati di gradinate digradanti, costruiti in stretta connessione con i grandi santuari della città. Sono ancora oggi visibili, almeno nella loro forma architettonica, in numerosi quartieri storici, ed è documentato che a Madras se ne contavano alla fine dell’Ottocento un’estesa serie, con esemplari di rilievo come quello del tempio Kapaleeswarar a Mylapore, il cui invaso copre una superficie significativa nel cuore di uno dei quartieri più antichi della città. Il serbatoio del tempio non era solo un elemento liturgico utilizzato per le abluzioni rituali e per le processioni con le barche durante festività come Thai Poosam, ma costituiva un nodo idrogeologico vero e proprio, perché la sua impermeabilizzazione parziale e la presenza di un fondo argilloso consentivano sia la conservazione dell’acqua superficiale sia la percolazione regolata verso la falda sottostante, alimentando i pozzi del vicinato circostante.
La distribuzione domestica dell’acqua, prima dell’avvento delle condotte in pressione, avveniva attraverso una catena di gesti e mestieri che oggi appaiono quasi inimmaginabili: le famiglie attingevano direttamente dai pozzi di quartiere o si servivano di trasportatori che portavano l’acqua in recipienti di terracotta caricati su carri a buoi o su bilancieri appoggiati alle spalle, percorrendo distanze anche significative fra i bacini, i pozzi pubblici e le abitazioni. All’interno del Forte Saint George, sede del potere britannico, la situazione era diversa e in qualche modo privilegiata, perché già nel 1771 il sindaco di Madras George Baker aveva proposto alla Compagnia delle Indie Orientali un sistema di adduzione in tubi di piombo, importati appositamente dall’Inghilterra, che dalla fine degli anni Settanta del Settecento portava l’acqua dei Seven Wells fino al Forte attraverso una pressione di spinta sufficiente ad alimentare alcune fontane terminali, una delle quali sopravvive ancora oggi nei pressi del serbatoio del tempio di Mylapore.
Il passaggio dal modello dei tank al modello dell’acquedotto moderno è avvenuto in modo graduale e, tutto sommato, tardivo e segna il momento in cui la città inizia a guardare lontano dai propri confini per cercare l’acqua che il proprio sottosuolo non era più in grado di garantire. La prima vera proposta scientificamente strutturata è arrivata a metà Ottocento da un ingegnere civile di nome Fraser, che suggerì di captare le acque del fiume Kortalayar a circa centosessanta chilometri a nord-ovest di Madras, costruendo uno sbarramento in muratura a Tamaraipakkam e deviando il flusso attraverso un canale verso il lago di Cholavaram e da lì verso il bacino di Red Hills. L’opera, completata nel 1870 con un investimento dell’ordine di 1,85 milioni di rupie dell’epoca, costituisce il primo sistema di distribuzione idrica progettato secondo criteri ingegneristici nella storia della città, e fu integrato nel 1872 con una valve house a Red Hills e con un canale di alimentazione a gravità in terra battuta che convogliava l’acqua verso un pozzo di carico in muratura a Kilpauk, da cui partivano le condotte principali in ghisa che servivano i diversi quartieri. Negli stessi anni, il 1876, veniva costruito anche il piccolo serbatoio di Pulhal, con una capacità iniziale modesta e due sfioratori in muratura realizzati con la lateritie locale, che oggi è stato profondamente ampliato ma che rappresenta un’altra tessera di quella stagione di interventi.
Negli anni Settanta dell’Ottocento, dunque, Madras stava attraversando una fase di passaggio in cui il sistema tradizionale dei tank coesisteva ancora pienamente con la nuova infrastruttura a rete, e in cui la consapevolezza della fragilità del modello precedente cresceva progressivamente sotto la pressione della crescita demografica e degli episodi siccitosi. Va ricordato che la grande carestia del 1876-78 colpì duramente l’India meridionale e accelerò proprio in quegli anni la riflessione sulla necessità di garantire scorte idriche affidabili alle grandi città presidenziali, una pressione politica che trovava sponda nel paradigma dell’amministrazione coloniale orientato a produrre valore eliminando ciò che veniva considerato spreco, categoria nella quale rientravano spesso anche le pratiche locali di gestione comunitaria dei bacini.
Nel 1877, il sanitary engineer J. A. Jones presentò un progetto organico di rete idrica in pressione per l’intera città, un piano ambizioso che però non poté essere realizzato immediatamente per ragioni di bilancio. Ci sarebbero voluti decenni, e l’intervento successivo di J. W. Madeley, perché lo schema arrivasse a compimento con la messa in servizio dell’impianto di trattamento di Kilpauk nel 1914, considerato il vero spartiacque verso la modernità acquedottistica. Quell’impianto, dimensionato per garantire una fornitura di cinquanta milioni di galloni al giorno, avrebbe dovuto disporre idealmente di ventuno vasche di filtrazione, ma le ristrettezze del periodo consentirono di costruirne soltanto quattordici, una scelta di compromesso che ben rappresenta il margine sempre stretto in cui si è mossa la pianificazione idrica della città.
L’Ottocento di Madras restituisce quindi il ritratto di una città che ha imparato a vivere con la propria geografia idrica, sfruttando ogni avvallamento naturale e ogni episodio piovoso per accumulare riserve, intrecciando funzioni religiose, sociali ed ecologiche nello stesso manufatto e affidando alla rete dei tank il compito di tamponare le oscillazioni stagionali. Lo studio attento di quel sistema mostra come, prima dell’avvento delle grandi opere di adduzione a distanza, l’equilibrio fra falda, bacini superficiali e pozzi di quartiere si reggeva su un dosaggio fine fra impermeabilizzazione delle vasche e ricarica controllata degli acquiferi, un meccanismo che la metropoli contemporanea ha in larga parte perduto con l’urbanizzazione spinta del Novecento, quando l’asfaltatura del bacino imbrifero attorno ai tank ha ridotto al minimo la percolazione e ha trasformato molti di quei serbatoi in invasi sempre asciutti. Ricostruire la storia di quei serbatoi non è quindi soltanto un esercizio di memoria urbana, ma anche un modo per riconoscere la sofisticatezza tecnica di un sistema che, nella sua semplicità apparente, ha sostenuto per secoli la vita di una capitale presidenziale, indicando alcune chiavi di lettura ancora utili a chi oggi prova a riportare l’acqua nei bacini ereditati dall’Ottocento.