12.12.2025
Cisternerne, ex serbatoio idrico sotterraneo diventa spazio d’arte immersivo

Entrare a Cisternerne, alle porte di Copenaghen, significa scendere letteralmente dentro la pancia di un serbatoio idrico storico e scoprire che quello che un tempo era pura infrastruttura tecnica oggi è diventato una macchina perfetta per l’arte: la mostra PSYCHOSPHERE di Jakob Kudsk Steensen è l’occasione ideale per capire quanto un vecchio serbatoio possa trasformarsi in un dispositivo narrativo potente, capace di cambiare la percezione dello spazio e dell’acqua.

Siamo sotto il parco di Søndermarken, in un sistema di cisterne costruite nella seconda metà dell’Ottocento per garantire l’approvvigionamento idrico alla città; per decenni queste vasche hanno accumulato milioni di litri di acqua potabile, con una struttura modulare fatta di navate, colonne e volte pensate per reggere il peso del liquido e distribuire la pressione in modo uniforme. Quando Copenaghen ha smesso di usare questo serbatoio nel 1933, lo spazio è rimasto in sospeso, vuoto ma intatto, in attesa di un nuovo ruolo. Solo nel 1996, complice il titolo di Capitale europea della cultura, la città ha deciso di riattivare il serbatoio come spazio espositivo, mantenendo il più possibile la sua natura originaria di grande infrastruttura sotterranea.

Cisternerne non è una “white cube” neutra: è un ex impianto idrico in cui i segni dell’acqua sono ancora ovunque. Le pareti sono impregnate di umidità, il microclima mantiene un tasso vicino al 100% e le superfici di cemento raccontano, con incrostazioni e aloni, anni di permanenza del liquido. A differenza di tanti recuperi architettonici che ripuliscono e cancellano la funzione originaria, qui il serbatoio resta visibile e percepibile, quasi dichiarato con orgoglio. L’acqua non è più stoccata come risorsa da distribuire, ma ritorna come elemento scenico e sensoriale, sottile pellicola che ricopre il pavimento e trasforma l’intera vasca in un gigantesco specchio.

Il percorso del visitatore inizia su una passerella di piastrelle posate sopra qualche centimetro d’acqua: è un dettaglio semplice, ma nasce proprio dalla logica del serbatoio. Il pavimento non è stato bonificato o rialzato fino a cancellare la presenza dell’acqua; è rimasto un piano leggermente allagato, che costringe a camminare in equilibrio, con la consapevolezza che basta un passo falso per finire nell’acqua. Questo margine di rischio controllato, figlio diretto dell’architettura del serbatoio, rende la visita un’esperienza fisica, quasi tattile. Non ci si limita a osservare le opere: si attraversa il bacino stesso, lo si abita.

La mostra PSYCHOSPHERE sfrutta questa condizione in modo radicale: Steensen parte dall’ipotesi, discussa in ambito scientifico, secondo cui la vita potrebbe essere nata attorno ai camini idrotermali sul fondo degli oceani, dove acqua, calore e minerali hanno creato le condizioni per le prime reazioni chimiche complesse. Per evocare questo scenario, l’artista trasforma il serbatoio in una sorta di abisso marino artificiale: un ambiente in cui la luce naturale è completamente assente, la temperatura è stabile, il suono rimbalza a lungo e l’acqua è presente come superficie continua. Tutto questo non è aggiunto dall’esterno, ma deriva dalla struttura fisica dell’ex cisterna, dalla sua funzione primaria di serbatoio chiuso, pensato per conservare acqua al riparo dal sole e dagli sbalzi termici.

Sulle pareti del serbatoio compaiono le immagini di fossili marini, come crinoidi e ammoniti, che riportano il visitatore indietro a un’epoca in cui la vita era quasi interamente confinata agli oceani. Le proiezioni dialogano con le colonne e le volte in cemento, che diventano il supporto di una sorta di stratigrafia visiva: il serbatoio si comporta come una grotta artificiale, dove l’arte sostituisce le concrezioni naturali. Le superfici bagnate amplificano l’effetto: le immagini si riflettono sull’acqua, duplicandosi e deformandosi, e la vasca torna a essere ciò che è stata per decenni, un contenitore, ma questa volta di luce e di immagini anziché di acqua potabile.

Anche il suono è costruito a partire dalle caratteristiche del serbatoio. In Cisternerne il riverbero arriva a durare fino a 17 secondi: una cifra impressionante, che trasforma ogni rumore in un’eco lunga, stratificata. Steensen lavora volutamente con questa imperfezione acustica, combinando registrazioni di rumori provenienti da fondali marini, il brontolio dei camini idrotermali, voci di creature subacquee ricreate digitalmente e strumenti suonati dall’uomo. Il risultato non sarebbe lo stesso in un museo tradizionale: è la cassa di risonanza del vecchio serbatoio a modellare il suono, a dilatarlo, a fonderlo con i passi dei visitatori e con il gocciolio costante dell’acqua che stilla dalle volte.

La luce, a sua volta, è trattata come una risorsa scarsa, proprio come accadeva quando il serbatoio era in funzione e l’obiettivo era proteggere l’acqua dalla contaminazione: niente finestre, nessun rapporto diretto con l’esterno, solo varchi selezionati. Nella mostra, piccoli fasci di luce artificiale filtrano dall’alto o tra le colonne, creando coni illuminati che suggeriscono la presenza di fenditure nel fondale marino. L’oscurità, che in altre situazioni sarebbe un problema tecnico da risolvere, qui diventa uno strumento narrativo. La struttura massiccia del serbatoio, con le sue lunghe gallerie e i suoi pilastri, garantisce profondità e mistero, come se ogni vasca laterale potesse nascondere una nuova scoperta.

La storia stessa di Cisternerne è un esempio emblematico di riconversione virtuosa di un serbatoio. Nato come risposta alle crisi igienico-sanitarie dell’Ottocento, quando le epidemie spingevano le città europee a dotarsi di grandi impianti per l’acqua sicura, ha svolto per anni un servizio essenziale e silenzioso. Quando la rete idrica si è modernizzata e il serbatoio è diventato superfluo, avrebbe potuto essere demolito o abbandonato. Invece, è stato trasformato in uno spazio culturale che continua a lavorare sull’acqua, sulla luce, sulla percezione dello spazio. L’infrastruttura non è stata cancellata, ma reinterpretata.

Un aspetto interessante, sottolineato anche dal fatto che Cisternerne ospita solo mostre temporanee, è che ogni artista è chiamato a confrontarsi con la specificità del serbatoio. Qui parlare di sito-specifico non è una formula retorica: l’umidità, il buio, la presenza reale dell’acqua, la disposizione delle vasche e delle colonne impongono vincoli molto concreti. Alcune opere non possono essere installate perché non sopporterebbero il clima del serbatoio; altre devono essere pensate tenendo conto del rischio di condensa, delle superfici scivolose, della temperatura costante. Steensen, con PSYCHOSPHERE, non si limita a usare lo spazio come contenitore neutro; lo considera un interlocutore attivo, quasi un organismo con una memoria propria legata a decenni di esercizio come serbatoio idrico.

PSYCHOSPHERE insiste molto anche sul rapporto tra scala umana e scala infrastrutturale. Un serbatoio di questo tipo è stato concepito fin dall’origine per gestire volumi immensamente superiori al corpo umano: milioni di litri d’acqua, pressioni considerevoli, durata nel tempo. Quando il visitatore cammina tra le navate, spesso con il livello dell’acqua che riflette la sua sagoma, avverte di essere ospite in una struttura pensata per altro, una macchina idraulica ora disinnescata e riconfigurata. L’arte non addolcisce questa sensazione, anzi la enfatizza, evocando con le immagini di abissi e vulcani sottomarini l’idea che la vita nasca da forze e ambienti che sfuggono al controllo umano.

Alla fine della visita, ciò che resta impresso non è solo la qualità delle proiezioni o la forza del sound design, ma la consapevolezza di aver attraversato un serbatoio. La memoria dell’acqua, della sua gestione e del suo accumulo permane in ogni dettaglio: nel pavimento lucido, nel microclima umido, nella sonorità cavernosa. La mostra utilizza questi elementi per parlare di origini della vita e di mondi invisibili, ma in filigrana rimane sempre la storia di un’infrastruttura che ha cambiato funzione senza perdere identità.