Una delegazione di oltre cinquanta studenti dell’Università di Cagliari, iscritti ai corsi di Costruzioni Idrauliche e Marittime e di Idrologia, ha varcato, martedì 26 maggio 2026, le porte del serbatoio sotterraneo di San Michele, scavato all’interno dell’omonimo colle che si erge nella parte occidentale del capoluogo sardo, per osservare da vicino il funzionamento dell’invaso urbano di maggiori dimensioni della città, con una capacità complessiva che sfiora i 48 milioni di litri e che alimenta una quota rilevante del fabbisogno idropotabile cagliaritano. La visita, ormai consolidata come appuntamento annuale dell’offerta formativa accademica, è stata guidata sul piano didattico dal professor Francesco Viola e accompagnata sul piano tecnico-operativo dalla responsabile del Distretto 1 di Cagliari Raffaella Pinna, dal responsabile Reti Gianluca Panduccio e dai tecnici dell’Ingegneria Manutentiva del settore Distribuzione, in un’esperienza pensata per integrare la formazione teorica di aula con la conoscenza diretta delle infrastrutture in esercizio.
Il serbatoio di San Michele èun caso di studio particolare per quanto riguarda le opere idrauliche urbane italiane: ricavato in caverna nel substrato roccioso del colle, garantisce condizioni termiche stabili nell’arco delle stagioni, riduce il consumo energetico legato al mantenimento delle temperature di stoccaggio e offre una protezione naturale dalle sollecitazioni esterne, dall’irraggiamento solare e dagli sbalzi pressori, condizioni che concorrono a preservare la qualità organolettica e microbiologica dell’acqua trattata. Con trent’anni di vita compiuti, l’impianto si colloca fra i più recenti del sistema cittadino, una caratteristica che ne ha consentito la progettazione secondo criteri costruttivi e idraulici già orientati alla compartimentazione, alla manutenibilità per sezioni separate e all’integrazione con sistemi di strumentazione e controllo che gli impianti di concezione precedente possono ospitare solo a seguito di interventi di retrofit.
Proprio sul fronte dell’automazione, nel corso di questo 2026 è stato implementato un nuovo sistema di controllo, con l’installazione in sala quadri di un moderno pannello operatore che riceve i dati di processo, li trasmette al sistema di telecontrollo aziendale e ne acquisisce in ritorno le elaborazioni, fornendo agli operatori una rappresentazione in tempo reale dello stato di funzionamento dell’impianto, dei livelli idrici nelle diverse celle, delle portate in ingresso e in uscita, dello stato delle apparecchiature elettromeccaniche. Il sistema integra una piattaforma di allarmistica configurabile da remoto, capace di adattare le soglie di intervento alle condizioni operative del momento, di gestire la priorità degli allarmi e di indirizzare le notifiche al personale di reperibilità senza necessità di intervento on-site sulla logica di controllo, una caratteristica che riduce i tempi di reazione agli eventi anomali e migliora la continuità del servizio.
L’intervento sul serbatoio di San Michele fa parte del progetto che prevede l’interfacciamento del telecontrollo dell’impianto con il sistema di monitoraggio e distrettualizzazione della rete di distribuzione cittadina di prossima attivazione. La distrettualizzazione, ovvero la suddivisione della rete in aree idraulicamente separate e monitorate da misuratori di portata e pressione installati sui punti di alimentazione, è una metodologia consolidata nella gestione moderna degli acquedotti, che consente di calcolare con precisione il bilancio idrico di ciascun distretto, di individuare in tempi rapidi le anomalie riconducibili a perdite occulte, di concentrare gli interventi di ricerca strumentale delle dispersioni nelle aree dove il bilancio segnala scostamenti significativi, di documentare con dati continui l’efficacia degli interventi di sostituzione delle condotte vetuste. La combinazione fra telecontrollo dell’invaso, distrettualizzazione della rete e analitica avanzata dei dati apre la strada all’applicazione della manutenzione predittiva, paradigma che sostituisce la logica della manutenzione programmata a calendario con interventi calibrati sullo stato effettivo di salute degli asset, ricavato dall’elaborazione storica dei segnali strumentali e dall’individuazione di pattern anticipatori del guasto.
Il sistema di approvvigionamento cittadino non si esaurisce nel solo serbatoio di San Michele, ma poggia su un’architettura ridondata che include altri cinque invasi distribuiti sul territorio: i tre serbatoi di San Vincenzo, articolati nelle due gallerie interrate (la bassa e la media) e nel serbatoio pensile alto del Belvedere, e i due serbatoi di Monte Urpinu, configurazione che consente di garantire le riserve strategiche per l’emergenza, di stabilizzare le pressioni di rete nelle diverse zone altimetriche della città e di gestire i picchi orari della domanda senza sollecitare in modo eccessivo le adduttrici di alimentazione. Ciascuno di questi impianti è equipaggiato con sonde di livello a immersione e a ultrasuoni, che combinano due tecnologie di misura complementari per garantire la ridondanza del dato, e con misuratori di portata a induzione elettromagnetica installati sulle condotte di ingresso e di uscita, strumenti privi di parti mobili che misurano la velocità del fluido sfruttando la legge di Faraday e che offrono accuratezza elevata, ridotta perdita di carico e bassa manutenzione, caratteristiche apprezzate nella gestione di lungo periodo delle infrastrutture idriche.
L’alimentazione del sistema di serbatoi cittadini è affidata a tre impianti di potabilizzazione operanti in regime coordinato: l’impianto di San Michele, quello di Simbirizzi e, all’occorrenza, quello di Sestu, una struttura impiantistica che consente di diversificare le fonti di approvvigionamento, di compensare le variazioni stagionali della disponibilità delle risorse superficiali, di gestire eventuali fermi programmati di uno degli impianti senza compromettere la continuità del servizio. La possibilità di modulare l’apporto dei diversi potabilizzatori in funzione delle condizioni idrologiche degli invasi di partenza e dei consumi attesi in città è uno degli aspetti che meglio illustrano l’evoluzione della gestione del servizio idrico verso modelli decisionali data-driven, dove le scelte operative quotidiane si appoggiano su modelli previsionali alimentati dai dati di telecontrollo e dalle serie storiche dei consumi.
Per gli studenti, la giornata è stata un’occasione di confronto diretto con problematiche che nella didattica universitaria vengono affrontate prevalentemente attraverso modelli matematici, schemi di principio e calcoli idraulici: la verifica delle ipotesi progettuali sul comportamento reale di un’opera in esercizio, l’osservazione delle interfacce uomo-macchina utilizzate dagli operatori di sala quadri, la comprensione delle scelte gestionali che dietro un parametro impostato celano valutazioni di affidabilità, di sicurezza, di efficienza energetica e di costo del servizio. L’iniziativa formativa risponde a un’esigenza che il mondo accademico riconosce da tempo, ovvero la necessità di colmare il gap fra la preparazione teorica dei laureati in ingegneria idraulica e ambientale e le competenze operative richieste dal settore della gestione del servizio idrico integrato, dove la padronanza dei sistemi di telecontrollo, dei protocolli di comunicazione industriale, delle piattaforme di gestione asset e delle logiche di manutenzione predittiva si affianca alle conoscenze classiche di idraulica delle condotte, di idrologia dei bacini e di chimica delle acque, definendo il profilo dell’ingegnere idraulico contemporaneo nei termini di un professionista capace di muoversi con la stessa disinvoltura fra il modello di Hardy Cross e il dashboard di un sistema SCADA.