10.07.2026
A Brisbane il primo impianto australiano di serbatoi che miscelano carburante aeronautico ricavato da olio di frittura esausto

L’aeroporto di Brisbane è diventato il primo scalo australiano dotato di una filiera dedicata e completa per il carburante aeronautico sostenibile, con un impianto che raccoglie, immagazzina, miscela e certifica prodotti derivati da scarti organici prima di immetterli nella normale rete di rifornimento dei velivoli. L’infrastruttura fa capo a Viva Energy e ha sede al terminal di Pinkenba, dove un investimento da cinque milioni di dollari australiani ha finanziato il recupero di un serbatoio da 3,3 milioni di litri e la costruzione di un sistema di tracciamento e rendicontazione dei benefici ambientali associati al combustibile.

Il carburante in questione è il cosiddetto SAF, il sustainable aviation fuel, ottenuto in questo caso da materie prime biogeniche come l’olio di cucina usato. Si tratta di un combustibile progettato per comportarsi come un carburante drop-in: una volta miscelato con il cherosene tradizionale, viene stoccato, blendato e spinto nell’impianto di rifornimento esistente dell’aeroporto, senza che piloti, compagnie o passeggeri percepiscano differenze operative rispetto al cherosene fossile. Le compagnie che operano su Brisbane e su alcuni scali regionali del Queensland potranno quindi acquistare il prodotto già integrato nelle loro forniture ordinarie, sfruttando le tubazioni e i sistemi già presenti sullo scalo.

L’elemento che rende questo impianto diverso dalle precedenti sperimentazioni australiane è la sua natura di filiera integrata dall’inizio alla fine: si tratta del primo caso nazionale in cui un impianto di stoccaggio e miscelazione è collegato direttamente alla rete di carburante di un aeroporto e allo stesso tempo agganciato a un programma di trasferimento dei crediti di carbonio. Quest’ultimo aspetto è tecnicamente delicato, perché non basta produrre e distribuire il combustibile: occorre un sistema di certificazione e contabilizzazione capace di misurare, attribuire e registrare le riduzioni di emissioni, in modo che il vantaggio climatico sia tracciabile e trasferibile lungo la catena.

A dare la spinta decisiva al progetto ha contribuito un fattore geopolitico come la crisi con l’Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, che hanno messo in evidenza quanto rapidamente l’approvvigionamento di carburante possa entrare in tensione quando le rotte marittime si bloccano e la domanda si concentra. Ritardi nelle petroliere e incertezza sulle rotte hanno reso concreto un rischio che di solito rimane teorico, spingendo verso la messa in servizio di una capacità produttiva basata su scarti disponibili sul territorio anziché su forniture importate e vulnerabili alle interruzioni logistiche; la disponibilità di feedstock locali riduce l’esposizione a questo genere di shock di offerta.

L’impianto di Brisbane si inserisce nel programma di importazione di carburante aeronautico sostenibile nello Stato di Victoria e di alcuni interventi sulla raffineria di Geelong finalizzati a lavorare materie prime biogeniche al posto di parte del greggio. Secondo alcune stime, con un quadro normativo favorevole sarebbe possibile arrivare a sostituire circa un terzo del greggio lavorato con feedstock di origine biologica, un passaggio che inciderebbe in modo significativo sulle emissioni complessive dei combustibili idrocarburici prodotti oggi.