03.07.2026
Biometano in Italia: la produzione cresce ma fino al 2030 resterà sotto gli obiettivi del PNIEC

Il settore del biometano italiano sta vivendo una fase di espansione, ma secondo le proiezioni più recenti elaborate dagli analisti della School of Management del Politecnico di Milano il ritmo di crescita non basterà a raggiungere i target fissati dal Piano nazionale integrato energia e clima entro il 2030. Il quadro che emerge è quello di un comparto che ha imboccato la strada giusta, ma che resta condizionato da nodi strutturali che ne rallentano lo sviluppo: procedure autorizzative complesse, difficoltà di accesso al credito per i progetti, un tessuto produttivo ancora molto frammentato e un divario di costo rispetto al metano di origine fossile che non si è ancora colmato.

Le stime indicano che la produzione nazionale di biometano potrebbe passare dagli 0,9 miliardi di standard metri cubi registrati nel 2025 fino a un massimo di 3,8 miliardi di Smc l’anno nel 2030, ipotizzando uno scenario di sviluppo favorevole con una crescita media annua attorno al 25%. Nello scenario più prudente, che prolunga semplicemente le dinamiche attuali del mercato, la produzione si fermerebbe invece a circa 2,9 miliardi di Smc l’anno. In entrambi i casi il traguardo dei 5 miliardi di metri cubi indicato dal PNIEC rimarrebbe fuori portata, con un gap stimato tra 1,2 e 2,1 miliardi di Smc l’anno rispetto all’obiettivo.

A giugno 2026 risultano attivi in Italia 176 impianti di biometano, di cui la maggioranza riconducibile agli incentivi del decreto ministeriale del 2018, per una capacità produttiva complessiva che si attesta poco sopra il miliardo di Smc l’anno. Gli impianti restano concentrati soprattutto nelle regioni del Nord, con una taglia media di circa 5 MW per quelli alimentati da matrici agricole e di circa 11 MW per quelli che trattano la frazione organica dei rifiuti urbani. Le risorse messe a disposizione dal PNRR insieme ai meccanismi incentivanti degli ultimi anni hanno contribuito ad accelerare gli investimenti, sia attraverso la riconversione di impianti a biogas già esistenti sia con la realizzazione di nuovi progetti, ma il rischio segnalato dagli analisti è che questo slancio si esaurisca una volta completati gli impianti già autorizzati nelle aste legate al decreto 2022.

Il problema principale del comparto, secondo lo studio, non riguarda solo la capacità installata ma la struttura stessa della filiera: la produzione è distribuita su centinaia di impianti di piccola taglia e di proprietà diverse, una configurazione che rende più difficile raggiungere una massa critica sufficiente, siglare contratti di fornitura di lungo periodo e coordinare in modo efficiente le diverse fasi della catena, dalla raccolta delle biomasse fino alla certificazione di sostenibilità richiesta dalle normative europee e nazionali. In questo contesto gli incentivi restano uno strumento necessario, dato che il biometano continua a costare più del gas fossile, ma secondo gli autori del rapporto serve soprattutto una visione di policy di lungo periodo capace di ridurre l’incertezza normativa e sostenere gli investimenti in modo organico.

Accanto al biometano gassoso, lo studio analizza anche l’andamento dei biocombustibili liquidi impiegati nei trasporti. Tra il 2019 e il 2024 i consumi italiani sono rimasti sostanzialmente stabili, oscillando tra 1,4 e 1,6 milioni di tonnellate, pari a meno del 4% dei consumi complessivi del settore, con una flessione del 9% registrata nel 2024 rispetto all’anno precedente. All’interno di questo mix cresce progressivamente il peso dell’HVO, l’olio vegetale idrogenato che può essere utilizzato puro nei motori a combustione interna compatibili senza richiedere modifiche tecniche, a scapito del FAME, impiegabile solo in miscela con il diesel tradizionale e in percentuali limitate. Le prospettive dell’HVO sono rafforzate anche dalle sinergie produttive con il carburante sostenibile per l’aviazione, destinato ad assumere un peso crescente per effetto degli obblighi europei sul trasporto aereo.

Le proiezioni al 2030 indicano per l’Italia un consumo di biocombustibili liquidi compreso tra 2,2 e 2,7 milioni di tonnellate l’anno, con una forbice che al 2035 salirebbe fino a un intervallo tra 3,1 e 4 milioni di tonnellate, trainata soprattutto dalla crescita dell’HVO, che nello scenario di base rappresenterebbe il 75% del totale nel 2030 e l’85% nel 2035. Questo sviluppo, tuttavia, apre anche un tema di sicurezza degli approvvigionamenti, dal momento che gran parte delle materie prime utilizzate arriva dall’estero: oltre metà proviene da Indonesia e Malesia, una concentrazione che rende prioritario, secondo gli analisti, sostenere lo sviluppo di filiere nazionali come leva di sicurezza energetica.