Se la raccolta e il riuso dell’acqua sosse una parte strutturale dell’architettura, molti edifici potrebbero ridurre drasticamente il prelievo di acqua potabile e diventare più resilienti a siccità, stress urbano e variabilità climatica, andando oltre possa la classica cisterna-serbatoio e diventare un sistema integrato di superfici, volumi, filtri, distribuzione e gestione dei deflussi.
Il sistema in questione prende il nome di rainwater harvesting e prevede quattro componenti ricorrenti: una superficie di captazione, una fase di pre-trattamento (filtri e first flush), uno stoccaggio e un sistema di consegna/distribuzione.
La superficie di captazione non è solo il tetto, perché cambia tutto a seconda del materiale, della pendenza, delle linee di gronda, della presenza di guaine bituminose o superfici metalliche, dell’ombreggiamento, della possibilità di accumulo di polveri, pollini, guano etc. In pratica, più la superficie è grande e controllabile, più l’acqua diventa una risorsa, con l’architettura che può fare la differenza, ad esempio disegnando tetti e facciate come elementi che intercettano e indirizzano la pioggia, invece di subirla come un problema di smaltimento.
Il first flush e la prima parte di pioggia e trascina la frazione più contaminata depositata sulle superfici: un deviatore di prima pioggia, ben dimensionato e manutenuto, evita di portare nello stoccaggio la parte più carica di solidi, metalli e contaminanti organici. La filtrazione non è un componente unico: in un edificio può essere una catena di griglie, filtri a maglia, filtri a cartuccia o a sabbia, fino a disinfezione UV o altri trattamenti quando l’acqua è destinata a usi più sensibili. E la progettazione architettonica incide perché serve spazio tecnico accessibile, drenaggi, bypass e, soprattutto, una logica di manutenzione facile, poiché, se il filtro è difficile da ispezionare, verrà trascurato e il sistema peggiorerà rapidamente.
Infine, arrivano stoccaggio e distribuzione, che sono il punto in cui l’edificio diventa impianto: serbatoi e cisterne sono gestione del rischio, continuità di servizio e, spesso, anche controllo della pressione e della qualità. Un serbatoio può lavorare a gravità o con gruppi di pompaggio, può richiedere ricircolo per evitare ristagni, può dover essere compartimentato o dotato di troppo-pieno e scarico di fondo. Se l’obiettivo è un’utenza non potabile come irrigazione e WC, la distribuzione deve essere separata dalla rete potabile, tracciabile, protetta da riflussi e con segnalazioni chiare.
Un esempio concreto è stati sviluppato da ricercatori e studenti dell’University of California, Santa Cruz: un serbatoio da circa 500 galloni in copertura, tubazioni e filtri, con deviatore di prima pioggia, distribuzione a gravità e irrigazione a goccia su aiuole rialzate, il tutto riducendo la dipendenza da energia elettrica e abbassando la complessità, poiché meno componenti attivi significano meno guasti, meno manutenzione specialistica e più probabilità che il sistema resti operativo nel tempo.
Da un punto di vista tecnico, questo tipo di schema lavora bene quando la quota disponibile consente pressione sufficiente per la distribuzione e quando i consumi sono compatibili con la capacità di stoccaggio. In molte applicazioni urbane, l’irrigazione a goccia è un ottimo carico per l’acqua meteorica perché tollera variazioni qualitative moderate, consente portate basse e può essere gestita con logiche stagionali, cioè quando piove meno spesso si irriga di più.
Poi c’è l’idea che tetti e pareti siano superfici di captazione sotto-utilizzate e che vegetazione e suolo possano contribuire a filtrazione e controllo degli inquinanti, oltre che a trattenere e rallentare i deflussi: i tetti verdi, se progettati correttamente, incrementano la ritenzione idrica locale, riducono i picchi di portata e aiutano a mitigare eventi di runoff intenso, con effetti anche su allagamenti e sovraccarico delle reti.
Per la gestione urbana dell’acqua piovana, la logica sponge e le soluzioni basate sulla natura funzionano bene perché trasformano un flusso impulsivo (pioggia che cade in poche ore) in un rilascio più lento, riducendo la punta idraulica e aumentando infiltrazione ed evapotraspirazione: le bioswale, in particolare, sono spesso dimensionate per trattare e gestire la prima porzione più inquinata dell’evento piovoso.
Tra gli esempi citati, troviamo la Rain Harvest Home a Temascaltepec de González, come prototipo per una comunità e come caso di raccolta, trattamento e stoccaggio di pioggia e acque grigie tramite bioswale, tetti verdi e serbatoi interrati, con l’obiettivo di coprire il 100% del fabbisogno idrico e persino restituire un surplus ai bacini condivisi. Il risultato finale dipende da tre condizioni tecniche: una superficie di raccolta adeguata rispetto ai consumi, un bilancio stagionale credibile tra pioggia e domanda, e una gestione rigorosa delle qualità d’acqua in funzione degli usi.
A questo proposito, il riuso delle acque grigie, cioè l’acqua proveniente da docce, lavabi e lavatrici (non dai WC) riduce sia il prelievo di potabile sia i volumi in fognatura, ma richiede trattamento e gestione sanitaria appropriati in base all’impiego. Le indicazioni dell’OMS e la letteratura tecnica sottolineano che il riuso può essere appropriato per irrigazione, sciacquo WC e altri usi non potabili, purché si considerino i rischi microbiologici e si implementino barriere e pratiche di gestione coerenti.
Ancora, un altro esempio è il Burj Khalifa, dove l’enorme impianto di raffrescamento genera molta condensa e un sistema di raccolta la convoglia in serbatoi per usi come l’irrigazione, con valori nell’ordine di decine di milioni di galloni l’anno riportati anche da fonti di progetto e divulgazione tecnica: non tutta l’acqua recuperabile viene dalla pioggia e, in climi caldi e umidi, il recupero condensa può diventare una componente stabile del bilancio idrico, spesso più prevedibile della pioggia nel breve periodo, perché legata ai carichi termici e all’operatività dell’edificio.
Dal lato progettuale, però, la condensa può caricarsi di contaminanti dalle superfici di raccolta e richiede materiali compatibili, un percorso igienico controllato e una strategia d’uso che ne valorizzi la continuità senza alzare il rischio sanitario. Ed il serbatoio, qui, è il punto di interfaccia, in quanto raccoglie, equalizza, consente controlli e indirizza l’acqua verso usi compatibili.
L’attenzione degli architetti alla conservazione idrica è cresciuta anche perché edifici energivori e resource-hungry stanno diventando più comuni. come lo sono i data center AI, dove studi scientifici e analisi istituzionali mostrano che molte infrastrutture digitali consumano acqua direttamente (raffreddamento) e indirettamente (produzione di elettricità).
Tutto questo, alla fine, richiede che la progettazione idrica passi da impianto di adduzione e scarico a gestione del ciclo dell’acqua dentro il lotto e dentro l’involucro, con obiettivi di riduzione, riuso e laminazione.
