La sicurezza idrica dell’Arabia Saudita si gioca su un equilibrio tecnico molto delicato: la domanda urbana cresce, l’agricoltura continua ad assorbire grandi volumi d’acqua, le falde fossili si riducono e la dissalazione, pur essendo uno dei pilastri del sistema nazionale, richiede infrastrutture costose, energia, reti di trasmissione estese e una gestione ambientale attenta. Per questo, le acque reflue trattate assumono un ruolo molto più rilevante rispetto alla semplice logica del riuso per irrigazione o verde urbano, perché possono diventare una risorsa per la ricarica controllata degli acquiferi, cioè per trasformare una quota dell’acqua già utilizzata, depurata e disponibile in una riserva sotterranea gestibile nel tempo.
Il Ministero saudita dell’Ambiente, dell’Acqua e dell’Agricoltura indica nella National Water Strategy 2030 la scarsità di risorse rinnovabili e la rapida riduzione delle riserve di acqua sotterranea non rinnovabile tra le criticità centrali del Paese; la stessa strategia segnala che l’agricoltura rappresentava l’84% del fabbisogno idrico nazionale e che il 90% dell’acqua destinata al settore agricolo proveniva da risorse non rinnovabili. In un territorio arido, dove la ricarica naturale delle falde è limitata e discontinua, ogni metro cubo sottratto agli acquiferi fossili ha quindi un peso strategico molto superiore al suo valore puramente volumetrico.
La pressione non riguarda soltanto le aree agricole interne, perché anche il sistema urbano dipende da una combinazione complessa di falde, dissalazione, reti di trasferimento e stoccaggi. Secondo i dati richiamati dall’European Geosciences Union, oltre due terzi dell’acqua usata per l’irrigazione saudita e circa un terzo dell’acqua potabile provengono da falde sotterranee; nello stesso tempo, il trattamento delle acque reflue produce ogni anno circa 1,6 miliardi di metri cubi di acqua depurata ancora sottoutilizzata, un volume equivalente a circa il 60% della domanda annua urbana di acqua potabile del Paese.
Le acque reflue trattate non vanno considerate soltanto come un flusso da scaricare o da riutilizzare immediatamente in superficie: quando raggiungono un livello qualitativo adeguato, possono essere impiegate nei sistemi di managed aquifer recharge, cioè ricarica gestita degli acquiferi, attraverso infiltrazione controllata o immissione in condizioni progettate per proteggere la qualità della falda e mantenere la capacità idraulica del mezzo poroso. In Arabia Saudita questo approccio è particolarmente interessante nelle aree costiere orientali, dove la vulnerabilità degli acquiferi sabbiosi, la salinità, la pressione antropica e l’uso storico di acque sotterranee rendono necessaria una gestione più fine del bilancio idrico.
La ricerca presentata alla EGU General Assembly 2026 ha valutato proprio la fattibilità della ricarica degli acquiferi con acque reflue trattate nella regione costiera orientale saudita, utilizzando dodici esperimenti monodimensionali di ricarica in colonna; lo studio ha confrontato effluenti secondari e terziari, applicati con tre scenari di ricarica a bassa, media e alta intensità, misurando sia l’evoluzione della qualità dell’acqua sia la formazione di materiali responsabili dell’intasamento.
Il risultato più importante riguarda il rapporto tra qualità dell’acqua trattata, velocità di ricarica e conservazione della permeabilità dell’acquifero. Le prove mostrano che l’effluente terziario, applicato con scenari di ricarica a bassa intensità, rappresenta la configurazione più stabile, perché limita l’impatto sulla qualità della falda e preserva meglio l’integrità idraulica del materiale acquifero; gli scenari ad alta ricarica, applicati sia con effluente secondario sia con effluente terziario, riducono invece in modo significativo la prestazione idraulica del sistema, a causa dell’intasamento e della perdita di efficienza del mezzo poroso.
Questo aspetto è fondamentale perché la ricarica artificiale non consiste nel trasferire acqua nel sottosuolo alla massima velocità possibile. Un acquifero funziona come infrastruttura naturale soltanto se la sua porosità, la sua conducibilità idraulica e la sua qualità chimica vengono mantenute entro soglie accettabili. L’immissione di acque reflue trattate con carico residuo di nutrienti, solidi fini, composti organici, ioni disciolti o contaminanti emergenti può generare biofilm, precipitazioni minerali, accumuli particellari e variazioni geochimiche; questi processi riducono la capacità di infiltrazione, alterano i tempi di permanenza e possono compromettere la funzione di stoccaggio dell’acquifero.
Per rendere utilizzabile questa risorsa servono trattamenti terziari affidabili, eventuali pretrattamenti mirati per nutrienti, ioni e contaminanti emergenti, monitoraggio continuo della qualità, controllo delle portate di ricarica, modellazione idrogeologica locale e gestione adattiva dei siti. La ricerca segnala che le acque reflue terziarie della regione orientale saudita risultano idonee alla ricarica degli acquiferi con un pretrattamento minimo aggiuntivo per rimuovere nutrienti, ioni e contaminanti emergenti, incluse le microplastiche.
L’impatto potenziale è rilevante: l’adozione di sistemi MAR alimentati da acque reflue trattate potrebbe ridurre fino al 30% i prelievi di acqua sotterranea non rinnovabile nell’Arabia Saudita orientale, alleggerendo la pressione sulle falde e introducendo una risorsa di compensazione in un’area soggetta a stress idrico cronico.
Il riuso sotterraneo offre un vantaggio ulteriore rispetto al solo riuso diretto: l’acquifero può diventare una forma di stoccaggio naturale, meno esposta all’evaporazione rispetto ai bacini superficiali e utile per accumulare acqua nei periodi di disponibilità elevata, restituendola in modo controllato nei periodi di domanda più intensa. In un Paese dove le distanze tra impianti di produzione, città interne, aree industriali e distretti agricoli sono molto grandi, la possibilità di costruire riserve locali o regionali nel sottosuolo riduce la dipendenza da una gestione puramente lineare, basata su produzione, pompaggio, trasporto e consumo immediato.
La dissalazione rimane essenziale, perché garantisce una quota molto consistente della fornitura municipale saudita; il report sulla water security pubblicato dall’ex SWCC indica che circa il 75% dell’acqua municipale proviene dalla dissalazione, sottolineando allo stesso tempo costi finanziari, energetici e ambientali più elevati rispetto alle fonti tradizionali. Lo stesso documento evidenzia che la salamoia, l’aumento locale della salinità, gli effetti sugli ecosistemi marini e le emissioni rendono necessario ottimizzare il mix delle fonti, anziché aumentare indefinitamente la sola capacità di dissalazione.
In questa logica, le acque reflue trattate riducono la quantità di acqua pregiata che deve essere prodotta per usi compatibili con risorse di qualità diversa. L’acqua dissalata può essere riservata agli usi potabili e industriali più sensibili; le acque reflue trattate possono sostenere irrigazione, verde urbano, applicazioni industriali selezionate e ricarica delle falde; la falda ricaricata può diventare una riserva strategica con funzione di bilanciamento. Il sistema complessivo diventa più resiliente perché separa meglio gli usi, assegna a ogni fonte la destinazione più razionale e riduce il prelievo dagli acquiferi fossili.
La ricarica gestita richiede siti selezionati in base a permeabilità, profondità della falda, vulnerabilità alla salinizzazione, distanza dalle sorgenti di effluente trattato, compatibilità con pozzi esistenti e assenza di interferenze con contaminazioni pregresse. Servono bacini di infiltrazione, pozzi di ricarica, sistemi di filtrazione, linee di adduzione separate, sensori di conducibilità, torbidità, nutrienti, carbonio organico, contaminanti emergenti e parametri microbiologici. Servono anche modelli previsionali capaci di stimare l’evoluzione del fronte di ricarica, la diluizione, i tempi di transito e il rischio di migrazione verso pozzi destinati ad altri usi.
La ricarica controllata con acque reflue trattate può diventare una delle applicazioni più interessanti proprio perché valorizza un flusso continuo, legato alla crescita urbana e alla disponibilità degli impianti di depurazione. A differenza delle piogge, le acque reflue urbane hanno una produzione relativamente prevedibile; questa prevedibilità consente di dimensionare infrastrutture, programmare la manutenzione, definire protocolli di qualità e costruire sistemi di controllo più affidabili. In un ambiente arido, la prevedibilità della fonte è un vantaggio strategico, perché permette di ragionare sulla risorsa come componente stabile del bilancio idrico.